mercoledì 25 marzo 2015

Prima attività (per chi non ha insegnato)

Come concordato nel nostro primo incontro, inserisco qui le domande a cui rispondere. Ricordo che questa attività è destinata a chi non ha esperienze di insegnamento.

Qual è stato il docente che segnato la sua formazione?
Che metodologie adoperava?
Che significato attribuisce all’insegnamento e all’insegnamento ai disabili?

La scadenza per l'inserimento dei commenti è fissata per le 24 del 15 aprile.
Non siete ovviamente tenuti a rispettare l'ordine delle domande nell'elaborazione della risposta.

Buon lavoro!

24 commenti:

  1. Sebastiano Cassetta

    L’insegnate che è stato decisivo per le mie scelte di formazione, è stato quello di matematica durante il biennio del liceo. Ha colpito particolarmente la mia attenzione perché, alternava alla lezione di tipo frontale, lezioni in cui chiamava una persona alla lavagna, gli assegnava un problema e gli diceva di proporre una soluzione. Gli altri alunni dovevano pensare ad una soluzione del problema e risolverlo per conto loro. Una volta risolto il problema, chiedeva alla classe se erano d’accordo sulla soluzione proposta alla lavagna. Se non erano d’accordo, dovevano illustrare la loro soluzione. Alla fine il professore diceva quale era la soluzione corretta. Questo docente, inoltre, era solito programmare le verifiche a sorpresa, cosa che incuteva in noi paura, consentendogli di avere un strumento efficace, per evitare uno studio concentrato perlopiù, a ridosso delle prove scritte e orali.

    Il ruolo principale di una persona che fa insegnamento è quello di trasmettere conoscenza. Secondo me per generare un effettivo apprendimento, bisogna far appassionare lo studente alla materia oggetto di studio. Lo studente deve essere coinvolto in prima persona, e per fare ciò è fondamentale proporre esperimenti, costruzione di semplici oggetti (fatti dallo studente), visite in musei, visite a impianti tecnologici e centrali, che facciano comprendere che quello che apprendiamo è facilmente riscontrabile nelle attività quotidiane.
    L’insegnante deve proporre attività didattiche che favoriscano il lavoro di gruppo, sia per “accelerare” la coesione tra gli alunni, sia per promuovere lo scambio di idee, il senso di appartenenza ad un gruppo e lo sviluppo di un senso critico.

    L’insegnamento a persone con disabilità lievi o gravi, deve a mio parere svolgersi per quanto possibile cercando di cogliere le capacità, che come tutti gli alunni, hanno, questi alunni, e coinvolgerli nell’apprendimento attraverso attività di gruppo. E’ importante fare dei gruppi eterogenei formati da alunni con e senza disabilità in modo da evitare fenomeni di “emarginazione” di queste persone, e al contrario favorire il ruolo attivo nell’apprendimento da parte di tutti gli alunni. Di solito persone con disabilità gravi hanno una grande forza di volontà, ciò potrebbe fungere da stimolo per alunni non disabili che sono un po’ pigri. Anche gli alunni senza disabilità possono contribuire all’apprendimento coinvolgendo i compagni disabili nello svolgimento di compiti, in attività dove è necessaria la collaborazione.

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  2. Appassionata fin da piccola di Sport,musica e tutto ciò che intorno a me creasse arte,mi innamorai da subito di un fantastico "Laboratorio Creativo" che la mia professoressa di Educazione Fisica creò in collaborazione con la professoressa di Educazione Musicale e il Professore di Educazione Artistica e Tecnica. Decisero di impiegare le loro ore di lezione in qualcosa,a parer mio, unico: la rappresentazione, nelle diverse materie su scritte,delle "Emozioni" attirando al massimo la nostra attenzione e stimolando la nostra partecipazione nel provare con la nostra fantasia,il nostro corpo e le nostre abilità a trasmettere ogni tipo di emozione. Ottime furono le lezioni in cui con un movimento del corpo,con dei suoni e con dei disegni da noi creati potemmo esprimere ciò che per noi era l'amore,l'ira,la gioia o la tristezza.Il lavoro svolto in gruppo,non solo stimolava e migliorava il nostro spirito di collaborazione ma ci permise scambiare critiche costruttive con i nostri compagni e professori. L'apprendistato fu la metodologia di insegnamento-apprendimento,con cui i professori,spiegato il compito da svolgere e l'obiettivo da raggiungere,fungendo da supporto e guida nella fase iniziale ci condussero all'autonomia nello scegliere come concludere il nostro lavoro.La riuscita del progetto fu straordinaria e con esso anche il lavoro dei nostri professori.Li reputo i migliori e i responsabili della mia voglia di voler diventare un insegnante alla loro altezza,poiché sono riusciti a distinguersi dalla massa grazie all'unione tra la conoscenza della propria materia e quell'enorme passione che permetteva loro un insegnamento efficace e professionale che immancabilmente portava ottimi frutti,oltre al legame creato con noi studenti,insegnanti umili nel loro essere e nel loro operato,curiosi di conoscerci e disponibili al farsi conoscere,al mettersi in gioco e soprattutto persone di cui potersi fidare,i quali giorno dopo giorno riuscivano a mostrarci il bello che esiste nello studio e nel provarci instancabilmente fino in fondo.
    L'insegnamento è un mezzo fantastico e sorprendente ma allo stesso tempo delicato e pericoloso,ragion per cui "insegnare" deve voler dire "guidare", "accompagnare" e "saper gestire" non solo una classe ma ogni singolo alunno.Insegnare non vuol dire solo conoscere ed esporre in maniera perfetta la propria materia,significa invece saper rapportarsi con la classe,mostrargli la propria passione,ma principalmente bisogna saper raccogliere tutta l'energia di cui dispongono i ragazzi e saperla convogliare nella giusta direzione per raggiungere l'obiettivo in modo positivo e concreto.L'insegnante deve stimolare quotidianamente i propri alunni,ispirarli,guidarli tra i vari stimoli che gli vengono proposti,ma per fare ciò deve essere consapevole di star contribuendo alla formazione di una persona e non solo di un semplice studente e ciò deve essere fatto nel modo migliore così da aiutare un ragazzo nella conoscenza di sé,a comprendere qual è il suo talento,quali sono gli strumenti di cui dispone e che lo aiuteranno a realizzarsi nella vita per creare le basi del suo futuro.Per l'insegnamento ai disabili credo debba essere fatto lo stesso scritto sopra,ovviamente con i giusti accorgimenti del caso quindi modi e tempi specifici per la problematica in questione, cosicché il soggetto disabile diventi parte integrante della classe ma soprattutto bisogna farlo sentire un componente effettivo della classe e non un componente "aggiunto".L'insegnante in questo caso deve essere bravissimo a creare una unione che stimoli ambedue le parti a conoscersi e a collaborare e quindi a far in modo che la presenza di un disabile in classe sia un punto di vantaggio,di forza,per nuove conoscenze e nuovi stimoli e non una debolezza.

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  3. Vi presento Piero D'Alessio. Professore di Tecnica nella scuola media. È sempre stato un uomo calmo, rispettoso ed esigente. Di poche parole, ma incisive. Storica la frase che ripeteva prima di ogni lezione: "Allora ragazzi, oggi cosa volete fare: teoria o laboratorio?". Scontata la nostra risposta di studenti poco volenterosi. In realtà lui sapeva già cosa dover fare, quale argomento trattare. Ci illudeva sul fatto che avremmo potuto scegliere. La verità è che riusciva a farci lezioni teoriche durante le ore di pratica o laboratorio ed essere, al contrario, molto pratico durante le lezioni teoriche frontali.
    Ricordo ancora oggi tutti gli esperimenti di laboratorio che ci fece fare, come ad esempio quando ci fece accendere una piccola lampadina con dell'acido citrico (succo di limone), oppure di quando ci fece costruire un piccolo circuito elettrico oppure ancora di quando ci fece sviluppare manualmente il negativo di una pellicola fotografica.. l'emozione del vedersi formare l'immagine scattata, su di un foglio bianco che immergi con cura in vaschette contenenti acidi, non ha prezzo. Ovviamente, alla base di tutte le esperienze pratiche che ci faceva fare, c'era la teoria. Metodo a mio avviso molto pragmatico e che oggi si potrebbe paragonare, con le dovute proporzioni del caso, al metodo di insegnamento universitario americano. Mostrare l'atto pratico di un esperimento, insieme al letterale "sporcarsi le mani", ed accompagnati dall'aspetto teorico, penso che rendano indimenticabile qualsiasi forma ed argomento di insegnamento.
    Infatti, alla fine dell'esperimento, si tornava tutti in classe e si approfondivano gli accadimenti attraverso lo studio teorico. Gli insegnamenti di tecnica del Professor D'Alessio sono stati per me molto importanti, ma al di là della specifica materia, è l'insegnamento in generale che ha un ruolo fondativo nella formazione della società futura.
    Forse insegnare si dovrebbe paragonare e soprattutto dovrebbe tendere ad una vera e propria missione di vita. Non dovrebbe essere, come spesso accade, la mera ricerca del posto fisso, la sicurezza di "una chance in più". Qualche anno fa ho avuto, per tre anni consecutivi, la fortuna di collaborare come tutor a dei corsi universitari di composizione architettonica, insieme a quello che poi sarebbe diventato il mio correlatore di tesi. È stata un'esperienza bellissima, anche se molto impegnativa.
    Provo a spiegare il metodo che usavo (specifico che non insegnavo, più che altro li seguivo nella composizione architettonica). Gli studenti, dei primi due anni del corso di architettura, non avevano ancora sviluppato un loro pensiero critico, rispetto ai big ed altri grandi architetti che mostravamo loro a riferimento. Spesso mostravano lacune basilari alla progettazione architettonica. Nelle revisioni di progettazione cercavamo di tirar fuori il meglio dall'idea compositiva di base dei singoli studenti, seguendoli ed indirizzandoli al loro percorso. Torna (spero utilmente) il pragmatismo americano: facevamo loro vedere progetti di altri architetti, mettendo in risalto le problematiche che questi ultimi avevano incontrato nel loro processo compositivo. Portavamo agli studenti riviste e manuali di architettura, per discutere insieme di determinate scelte da fare nei singoli progetti. Inoltre, almeno una volta l'anno, organizzavamo un viaggio in Italia o all'estero per visitare architetture costruite e far vivere loro, le spazialità compositive.
    Penso che l'insegnamento debba prescindere dall'abilità o dal livello di disabilità dei ragazzi. In entrambi i casi occorre passione, pazienza e conoscenza da trasferire; tutti sono in grado di imparare, chi più facilmente e chi meno. Forse l'unica differenza dovrebbe risiedere nelle metodologie di approccio ed insegnamento ai singoli casi. Occorrerebbe forse plasmare ogni materia ed argomento in base alle "abilità" eterogenee della classe. Emanuele Luciani A033

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  4. Colavecchio Giuseppe
    L’insegnante che mi è rimasto particolarmente impresso e che forse ha influenzato il mio modo di pensare ed eventualmente il mio futuro modo di insegnare è stato il professore di storia nella mia scuola superiore. Il suo modo di insegnare a mio avviso è stato innovativo in quanto alternava lezioni di tipo frontale a lezioni di tipo interattivo. La lezione tipo era caratterizzata da una lezione frontale in cui spiegava l’argomento di studio, successivamente venivano formati dei gruppi di lavoro in cui i ragazzi dovevano sviluppare un power point sulla lezione. Il power point era suddiviso in parti e ogni singolo componente del gruppo doveva illustrarne una parte, l’argomentazione del lavoro di gruppo non doveva durare più di 15 minuti. Alla fine del lavoro il professore faceva delle domande ai componenti del gruppo inerenti il lavoro. A mio avviso questo modo di fare è stato molto utile in quanto noi ragazzi in gruppo eravamo stimolati maggiormente nell’apprendere la lezione perché c’era un confronto tra i membri del gruppo ed inoltre la mole di lavoro era meno pesante. Per quanto riguarda il significato che attribuisco all’insegnamento beh io credo che l’educatore insieme alla famiglia abbia un ruolo fondamentale per la creazione del futuro individuo che va a relazionarsi con i contesti sociali attuali. L’educazione deve essere intesa quale proposta di valori capace di risvegliare i valori emergenti della persona, tendere all’espressione della libertà che favorisce lo sviluppo spontaneo della personalità di ogni individuo, che gli consenta di conquistare autonomia e coscienza sulla base di un nucleo di identità e di originalità per esprimere compiutamente se stesso. Per quanto riguarda l’insegnamento ai diversamente abili esso ha un ruolo fondamentale in quanto in passato queste persone venivano nascoste dalle famiglie perché considerate come un qualcosa di cui vergognarsi. Quindi queste persone non avevano alcuna vita sociale ne tantomeno miglioramenti in termini cognitivi. Invece attualmente con l’insegnamento al diversamente abile si da la possibilità ad esso di inserirsi in un contesto sociale e di avere miglioramenti a livello cognitivo. In oltre la persona normodotata che in passato ghettizzava il diversamente abile impara a rispettare questa persona e non ad allontanarla. Colavecchio Giuseppe Classe AC 02

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  5. Sono più di vent’anni che mi trovo coinvolto con molta passione e dedizione nel mondo dello sport, prima come atleta e poi come istruttore, e ho sempre sognato fin dall’età adolescenziale di promuovere la pratica sportiva attraverso la figura del professore di educazione fisica. Il più delle volte i sogni sono destinati a rimanere tali, però nel mio caso spero vivamente non sia così. Tutto è iniziato nel momento in cui ho conosciuto il professore che mi avrebbe insegnato la materia di educazione fisica alle scuole medie. Questa conoscenza ha avuto su di me un impatto positivo e, ha scaturito in me una voglia matta di iniziare, qualche anno fa, un percorso di studi che al termine mi avrebbe dato la possibilità di insegnare e trasmettere l’importanza dell’educazione fisica. Era un professore che si basava molto sulla disciplina degli alunni e la pretendeva prima di ogni altra cosa, perché per lui rappresentava la base per poter costruire un percorso formativo, atto a favorire lo sviluppo di conoscenze e abilità; si basava molto anche sulla collaborazione tra noi alunni perché risultava decisiva in un gioco di squadra o in una competizione. Riusciva sempre ad ottenere il massimo da ogni alunno, soprattutto da coloro che presentavano dei deficit motori, questo a dimostrazione che non trascurava nessuno e il suo obiettivo era quello di portare la classe ad un livello medio alto nella sua materia. Tutto ciò perché dava all’educazione fisica la stessa importanza che avevano le altre materie e ci ribadiva sempre che la formazione dell’uomo passa anche attraverso il movimento del proprio corpo. Le sue lezioni erano sempre diversificate e motivanti, tanto da rendere la classe sempre partecipe, sia se si lavorava individualmente e sia in gruppo, soprattutto quando si dovevano effettuare dei test motori, anche a sorpresa, dai quali oltre all’obiettivo del voto c’era anche quello di entrare a far parte di una squadra che rappresentava la scuola di appartenenza ai giochi della gioventù (atletica, pallavolo, ecc…).
    L’insegnamento secondo me è uno strumento fondamentale che racchiude tre aspetti importanti: “sapere”, “saper fare” e “saper far fare”, accompagnati da una forte passione che è la risultante di tutto ciò. Ogni insegnante, indipendentemente dalla materia, deve possedere questi aspetti perchè risultano decisivi nel processo di apprendimento di ogni alunno e guideranno la classe verso lo sviluppo delle competenze attese. Insegnare significa anche sapersi relazionare alla classe, al singolo alunno, perché la madre di tutte le competenze per un insegnante è quella RELAZIONALE che favorisce MOTIVAZIONE, e non si può pretendere di utilizzare una stessa metodologia per più classi, perché ci saranno sempre degli ostacoli da superare, che vanno dall’ambiente e il clima in cui si opera, dal livello iniziale della classe, fino alla presenza di alunni con disabilità, e non devono essere una giustificazione. Quest’ultimo punto non deve limitare assolutamente l’insegnamento, il quale deve essere ancor più produttivo e articolato, cercando di coinvolgere l’alunno con disabilità in un contesto che lo renda parte integrante del gruppo, essendo accettato non per quello che presenta, ma per quello che realmente può dare, sia dal punto di vista didattico ma, soprattutto, dal punto di vista umano.
    Preziosi Emiliano AC02

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  6. “Quaderno delle ricerche”: così io, alunna della scuola primaria, avevo intitolato il mio quaderno di lavoro in cui raccoglievo testi, disegni, immagini su un argomento che la mia insegnante assegnava come compito a casa . Maestra unica, multidisciplinare, mi ha spronato fortemente alla “scoperta” di quanto ci fosse oltre il sussidiario, mi ha stimolato alla ricerca di informazioni ed all'analisi approfondita di ogni argomento, ha cercato di farmi spaziare sui vari aspetti di una tematica rendendo lo studio una entusiasmante caccia al tesoro. La sua metodologia era la seguente: soprattutto per discipline quali storia, geografia e scienze, la docente dava assegno su un argomento per il quale noi alunni, a casa, avremmo dovuto realizzare una ricerca scritta da esporre, poi, in classe. Tutti eravamo, anche se con qualche sforzo, impegnati in una vera esplorazione condotta attraverso la lettura di testi o enciclopedie a nostra disposizione: da questi estrapolavamo quanto di più importante e accattivante ci sembrava potesse essere integrazione di ciò che era esposto nei testi scolastici in dotazione. Quindi, realizzavamo una sintesi costituita da concetti chiave, disegni ed immagini ed una volta in classe, ognuno esponeva le proprie “scoperte” instaurando una vera e propria discussione con l'insegnante e con i compagni. Tra confronti ed analogie, la trattazione dell'argomento veniva conclusa, mediante gruppi di lavoro, con la realizzazione di cartelloni che illustravano e descrivevano tutto quanto trovato. In effetti in questo modo, è stata la premonitrice di ciò che ci offre oggi internet che mediante i motori di ricerca risulta un pozzo senza fine a disposizione di tutti da cui attingere, con le dovute precauzioni, informazioni importanti per la personale conoscenza. Un aspetto da non sottovalutare è quello per il quale ognuno di noi conduceva la ricerca a casa o in biblioteca, in modo personale e solitario : un concetto oggi anacronistico visto che si tende alla “socializzazione e condivisione “. Ritengo però che la scelta di una tale metodologia “isolata”, trovi la motivazione nella preliminare ricerca di informazioni “personale ed in concentrazione” e nel successivo confronto con gli altri.
    Insegnare per me è trasferire informazioni e metodo di studio agli alunni al fine di contribuire alla maturazione delle potenzialità soggettive. Ciò non vuol dire impartire solo informazioni come nozioni ma significa portare l'alunno verso la trattazione di un argomento con motivazioni, discussioni ed esercitazioni manuali e virtuali, attirare la sua attenzione con aspetti creativi che lo coinvolgano e lo rendano partecipe: tutto per rafforzare nel tempo l'apprendimento. Da non sottovalutare sono le condizioni ambientali e sociali dell'alunno e quindi le sue attese e i suoi bisogni : l'insegnante può modificare la realtà di ingresso dell'alunno ai fini di un suo miglioramento, deve saper calibrare l'insegnamento sulle capacità di chi apprende.
    Per quanto riguarda l'insegnamento ai disabili, lo ritengo essenziale. A seconda delle disabilità l'insegnamento dovrà seguire una metodologia che adeguerà l'attività alla capacità di apprendere. Nel contempo dovrà essere basato su azioni a mio avviso fondamentali: instaurare, tra insegnante e alunno disabile, un rapporto di fiducia; organizzare gruppi di lavoro che riescano a coinvolgere il disabile facilitandone l'integrazione scolastica anche strumenti tecnologici ( ad es in una discussione il disabile potrà intervenire mediante computer). I sussidi didattici e tecnologici risultano fondamentali per l'apprendimento dei disabili, in quanto intervengono sulla specifica disabilità per soddisfare le sue esigenze di miglioramento intellettivo, fisico o relazionale. Sono un ottimo strumento di stimolo per acquisire una maggiore fiducia nelle proprie capacità e accrescono la propria potenzialità a partecipare alle attività professionali e sociali. Filomena Autore A033

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  7. Rossi Miriam
    Prima Parte
    Ricordo con molto piacere e stima la professoressa di filosofia e storia che ho avuto al triennio del liceo scientifico. Infatti, nonostante il mio percorso di studi mi abbia portato poi lontana dal ramo umanistico/ letterario, posso affermare con certezza che la “ Prof. Di filosofia” ha contribuito alla mia formazione e al mio percorso scolastico. Un docente a mio avviso estremamente preparato e competente e dal temperamento solare e ridente. Amava la cultura in tutte le sue espressioni e forme; scrittrice, disegnatrice di libri per bambini ed anche attrice. Di certo mi sono rimaste impresse le sue lezioni molto coinvolgenti e stimolanti che denotavano una estrema competenza e conoscenza delle materie che insegnava. Sempre ricche in dettagli e aneddoti che riguardavano la vita dei filosofi o particolari eventi storici. In altre parole, le sue lezioni erano molto più di una semplice trattazione storica o filosofica, nonostante l’estrema chiarezza con cui spiegava concetti filosofici anche molto complessi per noi ragazzi del liceo. La “Prof. di filosofia” però vantava anche un’ altra peculiarità nel suo metodo di insegnamento: le temutissime interrogazioni. La professoressa infatti, non decideva mai chi interrogare. Partiva dal principio che ognuno di noi dovesse studiare tutto il programma sia di storia che di filosofia. Ognuno di noi, quindi, quando voleva e decideva di essere interrogato, doveva studiare, o quantomeno ripassare, tutti gli argomenti del programma. Queste interrogazioni ovviamente, destavano in noi alunni molta preoccupazione e apprensione. Oggi però ringrazio la professoressa di filosofia perché ha contribuito certamente a migliorare il mio metodo di studio che per me è stato di fondamentale importanza nei successivi anni universitari. Rossi Miriam A060

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  8. Rossi Miriam
    Seconda Parte
    Spero quindi, di prendere esempio dalla mia professoressa di filosofia quando mi troverò in classe con i miei alunni. Cercherò, in ogni mia lezione, di trasmettere non solo nozioni ma passione e amore per il sapere. Inoltre, a mio avviso, insegnare dovrebbe significare donare e condividere le proprie conoscenze. Un insegnate dovrebbe avere la capacità di coinvolgere e stimolare in ogni momento la curiosità di chi lo ascolta promuovendo un approccio critico alla cultura. Per motivare i ragazzi, potrebbero essere proposte in classe attività di progettazione e programmazione tese alla gratificazione degli alunni. Ma il docente, ha la responsabilità, non solo, di far apprendere, ma, soprattutto, di promuovere nei ragazzi il rispetto di valori quali il senso di responsabilità, la solidarietà e l’altruismo, nonché la sensibilità verso il prossimo.
    Per quanto riguarda la didattica con studenti disabili, devo ammettere che ne ho una conoscenza molto limitata. È questa la prima volta che mi trovo a dover riflettere su questa delicata e complessa tematica. Questo forse è dovuto al fatto che prima di iniziare questo nuovo percorso di formazione mi sono dedicata ad attività molto lontane dall’ insegnamento. Inoltre, quando io andavo a scuola, non era molto diffusa la figura dell’insegnante di sostegno, o quantomeno non erano presenti nel mio istituto. In merito a questo argomento, posso solo esprime quali secondo me, dovrebbero essere gli obbiettivi che dovrebbero essere perseguiti durante le attività didattiche con disabili. L’ insegnante di sostegno dovrebbe avere come obbiettivo principale l’ integrazione dell’ alunno e dovrebbe inoltre contribuire alla programmazione e al conseguimento degli obiettivi didattici e/o educativi. Sarà quindi di fondamentale importanza individuare procedure didattiche volte a fare perseguire a tutti gli studenti le abilità strumentali di base e le competenze comuni attraverso una diversificazione dei percorsi di apprendimento. Inoltre, ogni studente dovrebbe sviluppare le proprie peculiari potenzialità intellettive, ovviamente differenti per ogni soggetto, sempre attraverso forme di differenziazione e personalizzazione degli itinerari d'apprendimento. Il risultato perseguito dall’insegnante di sostegno dovrebbe a mio parere essere di duplice valenza. In primo luogo si dovrebbe ottenere l’ integrazione nella classe, e quindi successivamente nella società, dell’ alunno portatore di handicap. Inoltre, tutti coloro che si trovano o troveranno in relazione con soggetti diversamente abili dovrebbero sforzarsi a rispondere a quelli che si presume potrebbero essere i bisogni specifici del disabile nel contesto in cui si trova. Per questo, in classe è di fondamentale importanza una cooperazione tra i docenti di sostegno e i docenti curricolari. Rossi Miriam A060.

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  9. Durante il mio percorso di studi l’insegnante che ha segnato la mia formazione è stata la professoressa di lettere al triennio, in quanto, grazie al suo metodo e al suo affiancarmi quotidianamente, è riuscita non solo a formarmi come alunna, ma è stata in grado di suscitare in me modi di pensare e di agire tali da formarmi anche come persona. Proprio questa sua grande professionalità, voglia e capacità di divulgare tutto il suo sapere ha fatto sì che, nonostante il mio poco interesse per le sue materie, riuscissi ad essere stimolata a dare il meglio di me. Con i suoi insegnamenti e continui stimoli, affrontare il triennio è stato molto più piacevole di quanto era parso all’inizio. Data la materia, le sue lezioni erano quasi sempre di tipo frontale, ma con l’entusiasmo che metteva in ogni sua spiegazione, riusciva a farmi immedesimare in quel mondo “particolare” che spesso poteva sembrare noioso e poco interessante. Questo approccio faceva sì che la vita e le opere degli autori diventassero mie, entrassero nel mio sapere senza che me ne accorgessi e lì rimanessero ben fissi. Prendendo come esempio quanto scritto, penso che l’insegnante debba cercare di trasmettere, oltre al suo sapere, anche tutta la sua passione, favorire la crescita totale del ragazzo, fornendogli le basi per imparare a pensare, a porsi e a muoversi con dimestichezza nella vita e non solo tra le pagine di un libro. L’insegnante, inoltre, deve essere in grado di comunicare empaticamente con l’alunno, guidarlo nel suo percorso scolastico, stimolarlo ed essere disponibile ad aiutarlo ogni qual volta se ne presenti l’occasione. Un buon insegnante, a mio parere, grazie alla sua diligenza e vocazione per il suo lavoro, crea facilmente un buon rapporto con la classe riuscendo ad arrivare in modo specifico ad ogni alunno. Per quanto riguarda l’insegnamento ai disabili credo che, innanzitutto, debba esserci una vera e propria dimestichezza e volontà nell’affrontare le varie problematiche e in base a queste, disegnare per ogni soggetto un piano di lavoro con strategie individualizzate, tale da garantirgli lo sviluppo personale, ma che al tempo stesso gli permetta di essere parte integrante della classe. L’insegante di sostegno che riesce ad unire la persona con disabilità al gruppo classe, a mio parere, è un insegnante che ha raggiunto l’obiettivo primario del suo lavoro; mi rendo conto, però, che far ciò non del tutto semplice ed è per questo che credo che non sia sufficiente soffermarsi al solo percorso universitario, ma sia necessario avere la voglia di mettersi in gioco giorno dopo giorno, cercando di crescere ed imparare quotidianamente. Importante, inoltre, secondo me, che il docente sia empatico e spontaneo e che riesca a gettare delle solide basi per un rapporto di fiducia reciproca con l’alunno speciale, indispensabile per la sua crescita sociale.
    Panzera Francesca AC02

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  10. Maurizio D'Amico A058 prima parte
    Salve a tutti!
    Durante il mio percorso di studi, in ogni ordine e grado di scuola, ho incontrato, come tutti, molti insegnanti; di ognuno di loro ho un ricordo ben preciso e devo dire che non sono tutti positivi. Nonostante questo, ritengo che anche le esperienze negative con i propri docenti siano fondamentali nella crescita personale, in particolare per comprendere quali modelli comportamentali possano essere più o meno adatti in determinati contesti. L’insegnante che ricordo maggiormente è la professoressa di italiano e storia alle scuole superiori. Mi colpirono sin da subito i suoi modi molto garbati e la pazienza con cui si dedicava alla spiegazione dello stesso argomento anche più volte, assicurandosi che tutti riuscissero ad interiorizzarlo. Con lei ogni lezione era diversa da un’altra. Non si limitava alla classica lezione frontale, spesso noiosa, ma era molto attenta ad interagire con noi alunni, coinvolgendoci in approfondimenti che esulavano dai contenuti del libro o prendendo spunto da alcuni argomenti per sviluppare discussioni di attualità che potessero essere per noi interessanti. Spesso, addirittura, cercava di imitare nel modo di parlare gli autori oggetto della lezione. Con la sua autorevolezza, riusciva a trasmetterci tutta la passione per le materie che insegna ed era in grado di farci entusiasmare anche per gli autori più ostici. Amava profondamente le sue lezioni, parlava come se l’argomento che stava spiegando fosse la cosa più importante del mondo, con un tono calmo e pacato ma al contempo rigoroso ed incisivo. Molte delle sue lezioni di italiano erano improntate sul dialogo e la discussione di argomenti attuali, si dialogava di musica, di cinema e di teatro. E da quel momento prendeva corpo una discussione senza limiti di tempo. Quello che per altri insegnanti era una perdita di tempo, o tempo sottratto allo svolgimento del “Programma” per questa prof era investito nella formazione degli adulti del domani. Col senno di poi mi rendo conto che così facendo ci ha avvicinato molto alle arti, inculcandoci conoscenza ma soprattutto spirito critico. Non rendeva mai le lezioni stressanti perché sapeva sdrammatizzare al momento giusto con battute, pettegolezzi o racconti personali. Per me si differenziava dagli altri docenti per la giusta autorevolezza, la tolleranza, la volontà, la passione, la responsabilità ma soprattutto l'umanità con i suoi alunni. In dieci parole il senso di insegnare: la scuola cambia la vita, cambia le persone, i loro orizzonti, il loro modo di vedersi nel mondo. Modifica le persone perché gli permette di scegliersi un destino. I ragazzi hanno bisogno di guide. Guide che li aiutino a non perdersi fra i miliardi di stimoli da cui sono circondati. Ogni docente possiede uno stile educativo legato alla propria personalità e alle proprie convinzioni, alle scelte etico-morali, all’identità psicologica. Gli alunni sono anch’essi un universo inafferrabile di caratteri, aspirazioni, desideri, disagi. Compito proprio dell’insegnante è di mediare la conoscenza, al fine di permettere l’avvicinamento a una disciplina e favorirne l’acquisizione dei nuclei fondanti che la costituiscono. Se l’insegnante si pone come mediatore didattico e non come trasmettitore del sapere deve riuscire a far sì che chi ha davanti sia disposto a far fatica, ma soprattutto a scoprire e a dare senso a ciò che fa, quindi ad appassionarsi al sapere. Non c’è apprendimento senza coinvolgimento emotivo.

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  11. Maurizio D'Amico A058 seconda parte
    Per ottenere buoni risultati bisogna stimolare interesse per l’apprendimento negli alunni con esempi, con riferimenti al loro vissuto esperienziale, dimostrando l’utilità degli insegnamenti nella vita pratica. Bisogna, inoltre, sapersi rapportare con gli alunni sapendo ascoltare i loro bisogni; è necessario che il docente riesca a creare in classe un clima relazionale favorevole alla nascita di uno spirito di gruppo. Un docente che basa il suo lavoro sull’interattività, che non crea rivalità e che allo stesso tempo cerchi di tenere conto delle dinamiche di gruppo nella classe, limita al minimo le situazioni di disagio ed è in grado di fornire vere occasioni di crescita per gli allievi. Essere un insegnante di sostegno non può essere una scelta dettata solo da una predisposizione naturale ad aiutare i più svantaggiati o da una vocazione nel sociale, ma è fondamentale possedere delle competenze specifiche. Si diventa in particolare insegnanti di sostegno perché si sente anche il bisogno di aiutare, supportare, perché si crede all’elasticità e flessibilità dell’essere umano, alla possibilità di risorgere dalle difficoltà, alla possibilità di convivenza delle diversità. L’insegnante di sostegno ha una sua mission: deve cercare di facilitare il percorso del ragazzo a scuola. Si trova così a dover mediare tra i contenuti disciplinari, le aspettative degli altri, lo stile d’apprendimento del ragazzo, le attività del gruppo-classe e ciò che il ragazzo riesce a fare a seconda delle proprie competenze di base.

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  12. 1.Il docente che ha segnato la mia formazione è stato il docente di Educazione Tecnica alle scuole medie. Era un insegnante simpatico ed empatico ma alle volte anche rigido. Simpatico perché diverse volte per richiamare gli alunni più vivaci utilizzava delle espressioni dialettali, che diventavano anche uno strumento da lui utilizzato per ricollegarsi ad esempi di quotidianità legati maggiormente al nostro territorio. Empatico perché era in grado di capire noi alunni e di attivare sollecitazioni e stimoli per promuovere il nostro sviluppo (d’altra parte non ci dimentichiamo che l’esperienza scolastica altro non è che un’esperienza relazionale). Egli riusciva a responsabilizzare gli alunni e a creare un clima positivo nella classe, che devo dire non è del tutto scontato, era capace di trasmetterci le sue conoscenze e svolgeva il suo lavoro con amore e passione.
    La sua più grande abilità è sempre stata quella di riuscire a mantenere sempre alta l’attenzione della classe, anche dei ragazzi meno volenterosi, perché durante le ore di lezione frontale, faceva riferimento ad eventi della realtà quotidiana. Grazie a questa sua abilità, e non solo, riusciva a far sì che tutti fossero in grado di comunicare con un livello medio alto gli argomenti trattati e capaci di produrre gli elaborati oggetto di apprendimento della materia.
    2.Il professore di Educazione Tecnica alternava ore di lezione frontale con ore di laboratorio. Ovviamente noi alunni eravamo entusiasti delle ore di laboratorio perché costituivano delle” ore di scoperta”, e al tempo stesso, di co-progettazione, intesa come comunione degli strumenti da utilizzare, e di lavoro di equipe. Gli oggetti realizzati durante i tre anni sono stati tanti e diversi, prima di spiegare come realizzarli il professore ci spiegava quali erano gli strumenti da utilizzare, quale era la maniera più sicura per adoperarli, e, inoltre, ci teneva a farci capire come manutenere gli strumenti.
    Le ore di tecnica trascorrevano veloci perché ci faceva “mettere in pratica” ciò che lui spiegava, e molto spesso, ci forniva solo delle indicazioni, ci lasciava liberi di ragionarci sopra e, in ultima fase, di confrontarci con gli altri. Nelle sue ore di lezione la nostra curiosità diventava il vero motore dell’apprendimento. Ricordo ancora la lezione che tenne sul legno: rimanemmo talmente incuriositi dall’argomento che il pomeriggio ci recammo dal falegname del paese per “toccare con mano” i diversi tipi di legno, per veder cosa costruiva il falegname.
    3.Ho preferito rispondere a questo quesito dopo aver cominciato il tirocinio diretto a scuola, certa che la risposta potesse essere diversa. Il tutor accogliente mi presenta alla classe come ragazza tirocinante e futura professoressa, un ragazzino le risponde: “prof tanto lei sa che dopo aver trascorso un’ora con noi la tirocinante cambierà idea!”. Adesso, non dico che ho cambiato idea, ma certamente dopo quell’ora ho capito ancor di più che una persona che vuol intraprendere questa strada deve essere veramente decisa a farlo, e a farlo con amore e passione, evitando di pensare all’insegnamento come ad un lavoro di ripiego. Il ruolo dell’insegnante oggi è difficile: deve essere in grado di rapportarsi con la classe, capire i bisogni e le capacità del singolo alunno influenzato dal contesto socio familiare, saper trasferire passione e conoscenza, tramutare un percorso metodologico in operatività. Il tutto sempre condito dalla capacità di stimolare ogni giorno i suoi alunni e di saperli guidare verso gli obiettivi da raggiungere. Rispetto al passato, inoltre, il bravo insegnante deve essere in grado di favorire l’integrazione degli alunni disabili e degli alunni disabili stranieri all’interno del gruppo classe. A mio avviso, tale integrazione è possibile se il docente crea dei gruppi di apprendimento rendendo i ragazzi disabili componenti attivi, e stimolando gli altri a “rielaborare” i contenuti e le informazioni per trasmetterli al compagno disabile. Michela Sanzone A033

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  13. L’esperienza di studio vissuta con il docente di scienze naturali ha contribuito a colmare le esigenze e le aspettative del mio percorso scolastico. La bontà del suo lavoro dipendeva essenzialmente dal tipo di metodologia e dalle strategie didattiche utilizzate. Il docente ha instaurato un clima sereno, di distesa collaborazione, creando un rapporto basato sulla reciprocità, sul dialogo e sul coinvolgimento interattivo, senza rinunciare ad una dose di autorevolezza, necessari al docente per una sana gestione del gruppo classe. L’insegnante era in grado di trasformare una lezione, anche la più descrittiva, in un’attività stimolante, sollecitando le riflessioni e le opinioni degli alunni. Come costante impostazione metodologica, i contenuti venivano proposti prendendo spunto, quando questo era possibile, da esempi e problemi concreti, usando un linguaggio chiaro e rigoroso, ma soprattutto semplice. E’ fondamentale partire da contenuti alla portata delle esperienze conoscitive dell’allievo e lasciare ad esso spazi di lavoro autonomo, per attivare e stimolare lo spirito di ricerca e la capacità di elaborazione personale.
    La comunicazione del docente deve essere positiva e trasmettere un’immagine giusta agli allievi, poiché è indispensabile che la professione, i metodi e le scelte di un insegnante, nascano dalla passione e dalla vocazione: ciò che offre l’insegnante, può essere interessante e affascinante per l’alunno solo se prima avrà affascinato l’insegnante stesso. Si possono avere diverse teorie in relazione all’insegnamento o si può pensare di aver maturato con l’esperienza un metodo operativo valido ed efficace, ma se non si riesce a motivare o a stimolare la curiosità e l’attenzione della classe, né a cogliere e potenziare le peculiarità di un alunno, è difficile raggiungere gli obiettivi che ogni insegnante si prefigge all’inizio dell’anno scolastico.
    Un buon insegnante stimola l’attenzione, evita giudizi frustranti, atteggiamenti di antipatia o simpatia promuovendo la comprensione e l’empatia. Predispone ed imposta una relazione comunicativa a seconda della persona, ricordando che ogni allievo è diverso dall’altro per caratteristiche psicofisiche, per il contesto di cui fa parte, per le sue esperienze e per i suoi vissuti.
    L’insegnamento di qualità che coinvolge gli alunni con disabilità deve partire dall’idea centrale di facilitare l’apprendimento, stabilendo un clima sereno e collaborativo. Occorre che l’insegnante offra la possibilità di procedere secondo il ritmo di apprendimento dell’alunno, mediante programmazioni ed interventi didattici individualizzati. Il docente di sostegno deve possedere un’esplicita vocazione educativa, competenze pedagogiche ed organizzativo relazionali, orientando l’alunno a sviluppare al massimo le sue potenzialità.
    L’attività didattica, partendo dalla reale situazione, ricercherà le strategie da applicare alle diverse caratteristiche ed esigenze dell’alunno, garantendo la piena realizzazione della personalità e promuovendo il successo formativo attraverso percorsi didattici efficaci ed adeguati. Un lavoro che deve necessariamente basarsi su una stretta alleanza e progettazione condivisa tra la scuola la famiglia e gli eventuali professionisti/figure che seguono l’alunno in difficoltà.
    Cerbaso Anna ACO2

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  14. ll mio percorso di formazione, inteso come formazione scolastica e universitaria, è stato molto lungo. Ho cercato di trovare spunti di riflessione fin dove arrivano i miei ricordi. E’ ovvio che i quelli universitari sono più nitidi di quelli scolastici. Posso ritenermi fortunato, perché ho sempre trovato buoni docenti, ma ricordo con particolare affetto il Professore di matematica del primo anno del Liceo Scientifico. A distanza di anni posso dire che questo docente, mi ha trasmesso una passione tale per la matematica che ho portato con me per tutta la carriera scolastica; inoltre è stato il “padre” del mio metodo di studio, del mio modo di ragionare, che tuttora applico quando lavoro ma anche quando studio, perché come diceva sempre non si finisce mai di studiare!
    Alla lezione frontale seguiva subito una piccola verifica. Chiamava qualcuno alla lavagna per svolgere un esercizio sull’argomento e gli alunni che rimanevano al banco lo risolvevano per conto loro. Alla fine si discuteva tutti insieme sulla soluzione finale, dunque stimolava la logica e il ragionamento, che era il fulcro della matematica.
    La sua metodica di insegnamento, mi è rimasta impressa perché sapeva catturare l’attenzione di tutti, infatti nel bel mezzo di una spiegazione o dello svolgimento di un esercizio, interrompeva tutto perché aveva colto in qualcuno di noi un'aria perplessa o interrogativa e non andava avanti finché non era certo che tutti avessero capito.
    Nel mio caso specifico, ero un ragazzo vivace, quasi spavaldo come molti adolescenti di quell’età. In matematica ero abbastanza bravo, nelle verifiche i miei voti oscillavano tra l’8 e il 9, però non mi dava più di 7 in pagella, a causa della mia eccessiva “vivacità”. Ovviamente il risultato in pagella, più basso rispetto alla mia media, era accompagnato sempre da una spiegazione, che aveva il significato di uno spunto riflessivo ed è servito a farmi crescere insegnandomi umiltà e riflessività.
    Il significato dell’insegnamento, a mio avviso è proprio questo, saper trasmettere le proprie conoscenze, catturare l’attenzione degli alunni, avendo sempre interesse che tutti abbiamo compreso, soprattutto quelli a cui la materia è più ostica. Dunque coinvolgere gli studenti stimolando la loro curiosità e creando interazione con e nella classe.
    Per quanto concerne l’insegnamento per i disabili, va effettuato con uguale professionalità e maggiore passione, coinvolgendo e stimolando gli alunni. Ovviamente vanno fatti degli accorgimenti in base alla problematica in questione e alla tipologia dei deficit degli alunni per pianificare strategie d'intervento volte sia a compensare che a dispensare determinate attività didattiche. Gli obiettivi fondamentali e importanti sono quelli di includere e di integrare l’alunno disabile nella classe; quindi bisogna stimolare entrambe le parti cercando di rendere la classe più partecipe possibile al processo di inclusione e di integrazione dell'alunno disabile. In casi di alunni disabili gravi il successo formativo a mio avviso consisterebbe nel renderli il più possibile autonomi in modo da acquisire qualche possibilità in più di cavarsela nella vita reale.
    Vincenzo Lecce A074

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  15. Ho una formazione scientifica, essendomi laureata in Matematica.
    La scelta dell'Università da parte di un diciottenne potrebbe essere condizionata da numerosi motivi, tra cui l'influenza che un docente ha avuto nel corso degli anni scolastici. Questo non è stato affatto il mio caso. C'è da premettere, infatti, che non solo la mia insegnante di Matematica esercitava poco interesse negli alunni, ma non c'era neanche il tempo di poter conoscere la materia da un punto di vista che non fosse solo nozionistico. La causa, credo, fosse dovuta al fatto che, frequentando il liceo classico, la mia classe, come la maggior parte delle classi dell'istituto, non aveva un atteggiamento positivo nei confronti delle materie scientifiche e la professoressa era per lo più rassegnata a tenere una lezione che fosse fine a se stessa.
    Di tutt'altro approccio, invece, è stato l'incontro con la professoressa di Italiano e Latino. Te ne accorgevi subito che con lei l'ora sarebbe trascorsa in fretta. Entrava con passo deciso e quasi urlava il suo buongiorno, come se volesse dirci: “Non sapete di quali argomenti interessanti parleremo oggi!” e, posando la sua borsa sulla cattedra, ci sorrideva quasi a rassicurarci del fatto che non ci saremmo annoiati. In effetti era proprio così, quando iniziava la spiegazione non c'erano distrazioni che tenessero. La classe, i banchi e i miei compagni si dissolvevano e mi ritrovavo immersa in luoghi e realtà che venivano dal passato, in compagnia dei personaggi dei quali lei ci parlava. Il suo modo d'insegnare era guidato dalla passione. Pur dovendo seguire un programma, sembrava che fossimo liberi da indicazioni ministeriali. Quello che lei spiegava non dovevamo solo studiarlo: erano la curiosità e la voglia di sapere che ci portavano alla fine del programma. Lei interagiva spesso con noi, ponendoci domande per incuriosirci o condurci alle giuste risposte.
    Con questo piccolo racconto voglio evidenziare il fatto che non sempre gli aspetti negativi di un insegnante influenzano le scelte o il modo di pensare degli alunni. Inoltre, credo che l'insegnamento sia guidato dalla voglia di educare e aiutare i ragazzi. Ritengo che gli insegnanti siano chiamati a svolgere un ruolo impegnativo, da affrontare con coraggio e un po' di fantasia, soprattutto nei confronti delle persone con disabilità. È compito dell'insegnante coinvolgere tutti e creare “complicità” tra gli alunni e tra gli alunni e il docente, per raggiungere gli obiettivi che non appartengono solo agli studenti ma diventano anche dell'insegnante stesso.

    Mariaconcetta Pietrunti - A059

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  16. Qual è stato il docente che ha segnato la mia formazione? Non ho dubbi, il professore di Diritto ed Economia! È lui che mi viene in mente quando penso al mio percorso di formazione nella scuola secondaria di secondo grado. Si tratta di un docente fortemente preparato e appassionato al suo lavoro, ma anche una persona eccezionale dal punto di vista umano, ha infatti sempre cercato di dare risalto alle capacità di tutti, spingendo gli alunni a dare il meglio di sé, non solo nella scuola ma in ogni contesto. Ricordo le sue lezioni con molto piacere, il suo motto era: “ogni 20 minuti di lezione, 5 minuti di pausa”, lui infatti appoggiava (e penso appoggi tutt’oggi) quegli studi secondo i quali il cervello ha bisogno di una ricarica dopo avere processato un bel po’ di informazioni, fare delle pause e muoversi un po’ migliora la memoria e aiuta a mantenersi attivi. Per non parlare della sua metodologia di insegnamento, con lui in aula non ci si annoiava mai! Il professore adottava, infatti, la tecnica del role-play, un particolare tipo di esercitazione che richiede agli alunni di svolgere, per un tempo limitato, il ruolo di “attori”, di rappresentare cioè alcuni ruoli in interazione tra loro, mentre altri partecipanti fungono da “osservatori” dei contenuti e dei processi che la rappresentazione manifesta.
    Ecco quindi che simulavamo in aula sedute di parlamento, iter di promulgazione di una legge, elezioni, processi o, ancora ci trasformavamo in imprenditori pronti all’ingresso nel mondo del lavoro e a comprendere quindi concetti quali andamento della domanda e dell’offerta, l’equilibrio del mercato, nonché le diverse forme di mercato. Ovviamente non mancavano le classiche lezioni frontali, ma questo suo modo di fare, di catturare l’attenzione di noi alunni e di farci diventare parte integrante della lezione, pur mantenendo la propria autorevolezza, era ed è semplicemente geniale! Questo per me è l’insegnamento, è mettere in atto tecniche da professionista in maniera da rendere semplice l’apprendimento. Insegnare significa non solo trasmettere, a terzi, esperienze personali o conoscenze di una specifica disciplina, ma, significa soprattutto, stimolare la crescita psicologica e intellettuale dei propri alunni. A tal proposito non posso non concordare con il metodo Montessori che si basa principalmente sull'indipendenza, sulla libertà di scelta del proprio percorso educativo (quindi delle attività da svolgere e di quanto tempo dedicare loro) all'interno di una gamma di opzioni predisposte dall'insegnante e sul rispetto per il naturale sviluppo fisico, psicologico e sociale del bambino/ragazzo.
    Questi concetti, per quanto mi riguarda, calzano a pennello anche nell’insegnamento ai disabili. Indipendentemente dalla disabilità, infatti, ritengo che l’obiettivo degli insegnati deve essere non solo quello di far integrare questi ragazzi nella classe rendendoli partecipi il più possibile alle quotidiane attività scolastiche, ma soprattutto quello di potenziare le loro abilità/conoscenze portandoli al più alto livello di autonomia psico-fisica. Comprendo bene però che, per alcune disabilità, ciò non è sempre possibile e, in questo caso l’obiettivo diventa, quindi, quello di consolidare le abilità/conoscenze possedute. In sintesi il disabile è un cittadino qualunque, un ragazzo come tanti e la scuola ha quindi il dovere di costruire percorsi di accoglienza/inclusione che riescano a dare dignità alla persona con diversa abilità, aiutandolo a sviluppare la propria autonomia, fornendogli dispositivi di agevolazione della didattica e soprattutto dandogli piccoli strumenti di gratificazione morale. Concludo con una bellissima citazione colta durante la “Giornata regionale della disabilità” celebrata lo scorso 21 marzo 2015, “Diversamente abili: disabili nel corpo, abili nel cuore”.

    Manuela Oriente (TFA - Classe A057)

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  17. Il docente che più mi ha segnato durante il mio percorso di formazione è stato il Professore di Educazione Fisica delle scuole medie. Un’insegnante molto colto e preparato, carismatico ed empatico, aveva un fisico atletico, era alto, aveva dei lunghi capelli bianchi e vestiva sempre con pantaloni e polo, non ricordo mai di averlo visto indossare una tuta. Nelle prime lezioni il Professore ha iniziato a somministrarci dei test motori e in seguito a farci conoscere i fondamentali della pallavolo, provenendo dalle scuole elementari in cui la struttura della scuola non disponeva di una palestra per me era tutto nuovo e magicamente affascinante. Quindi da subito mi appassionai alla materia e provai stima per il Professore. Il mio amore per la pratica sportiva cresceva sempre di più tanto che non mi bastavano le poche ore a scuola e decisi di iscrivermi per la prima volta ad una società sportiva scegliendo di praticare l’atletica leggera.
    Le lezioni del Professore erano sempre diversificate, mai uguali, con il suo metodo di insegnamento non si limitava solo a insegnarci la pallavolo, ma spesso ci faceva eseguire dei test motori annotandosi i risultati per poi confrontarli a distanza di alcune settimane, ricordo anche lezioni di basket, pallamano e di salto in alto in cui orgogliosamente primeggiavo. Quando ci insegnava nuovi esercizi dapprima li spiegava meticolosamente poi ce li mostrava e infine ci metteva alla prova, per poi darci delle indicazioni su come eseguirli meglio, ma sempre in modo molto delicato tanto da non farci mai sentire a disagio o incapaci. Un’altra cosa che proponeva negli ultimi mesi scolastici era quella di scegliere in modo casuale una persona ovviamente sempre diversa a cui far condurre il riscaldamento, compito in apparenza semplice ma nella realtà molto complesso, sapere che tutta la classe dipende dai tuoi comandi sia verbali ma anche visivi, pensare alla successione di esercizi da proporre e il nome corretto dei singoli movimenti / esercizi richiedeva un notevole impegno e una certa disinvoltura che non tutti avevano (soprattutto le ragazze), a me personalmente invece piaceva molto. Nei tre anni delle scuole medie le lezioni di Educazione Fisica le abbiamo quasi sempre svolte in palestra tranne per un periodo di un paio di mesi a causa di problemi di inagibilità della palestra in cui siamo stati obbligati a fare lezione in aula e quindi teoria; ricordo ancora oggi con piacere alcune di esse, come la contrazione muscolare, le contusioni, le distorsioni e i regolamenti di alcuni sport. Innamorato dell’Educazione Fisica e del carisma del Professore iniziai a domandargli quale fosse il percorso di studi per diventare docente di Educazione Fisica, e da qui le mie scelte universitarie e la mia partecipazione al Tirocinio Formativo Attivo.
    L’insegnante per me è una delle professioni più belle al mondo, ma al tempo stesso anche una delle professioni più difficili. Alla base di un bravo insegnate secondo me vi deve essere l’amore per la propria materia, la professionalità e l'empatia con i propri discenti. L’insegnante non deve insegnare in modo unidirezionale ma bidirezionale perché spesso sono i discenti a insegnare qualcosa al docente. Lo stesso vale per l’insegnamento ai disabili, spesso, il discente disabile viene considerato come colui che ha qualcosa in meno, rispetto ad un discente normodotato, invece è colui che più di tutti può arricchire il docente, ma soprattutto l’intera classe, è un valore aggiunto e non il contrario, per questo motivo in primis bisogna integrare socialmente il discente disabile e poi programmare il percorso didattico partendo dalle abilità di base e quindi di avviamento e definire obiettivi calibrati e mirati sulle reali capacità di chi abbiamo di fronte, scegliendo contenuti motivanti e accessibili.

    Russo Gianluigi AC02

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  18. La passione che nutro per lo sport la devo ai miei insegnanti di educazione fisica della scuola media e superiore. Sono stati un punto di riferimento importante e mi hanno sempre incoraggiato, perché riconoscevano in me la voglia e la passione di fare sport. Una passione che oggi mi vede coinvolto come praticante e come istruttore.
    Le metodologie che utilizzavano erano molto simili e basate soprattutto sull'importanza della collaborazione e del rispetto tra noi studenti che risultava decisivo per il raggiungimento di un obiettivo. Mi hanno fatto conoscere lo sport a 360 gradi, sottolineando sempre il ruolo che quest'ultimo riveste per la formazione globale della personalità di ciascun ragazzo. Attraverso le esperienze motorie e sportive, infatti, vengono promosse le competenze sociali e relazionali che consentono ai ragazzi di affrontare in modo efficace i problemi emergenti della vita quotidiana, avere fiducia in se stessi, sapersi autovalutare e gestire l'insuccesso, relazionarsi positivamente con gli altri, non solo in ambito scolastico. Le loro lezioni erano soprattutto pratiche ma non mancavano momenti teorici in cui, ad esempio, ci venivano spiegate le regole principali di uno sport o di una disciplina sportiva in modo da essere pronti per i giochi della gioventù e i giochi sportivi studenteschi.
    Prendendo come esempio quando scritto, ritengo che chi si occupa di educazione e formazione debba aiutare gli studenti a individuare e costruire la propria personalità, a scoprire e perfezionare le caratteristiche che rendono un soggetto unico, oltre che a trasmettere conoscenze. L'insegnante deve saper creare un clima di fiducia, saper ascoltare l'altro, instaurando un tipo di relazione empatica. In tal modo diventerà facilitatore dell'apprendimento e stimolera` la motivazione allo studio dell'allievo. L'insegnante passa dunque da semplice fornitore di nozioni e valutazioni, a integrante dell'intero processo di insegnamento - apprendimento.
    Si tratta di aspetti che considero rilevanti anche nell'insegnamento a studenti disabili.
    L'insegnante di sostegno deve infatti essere in grado di tessere relazioni significative, possedere capacità di ascolto, di empatia, di mediazione e di comunicazione. Va pensato come una risorsa specializzata della scuola, in grado di saper leggere i problemi cognitivi, affettivi e relazionali dell'alunno. È colui che mira alla realizzazione di un progetto di vita globale. Naturalmente non è il solo titolare dell'azione educativa nei confronti dell'alunno disabile: al contrario ritengo che un progetto educativo funzionale alle esigenze e alle potenzialità dell'alunno si possa realizzare solo attraverso la collaborazione e la corresponsabilità tra insegnate di sostegno e insegnanti curriculari.

    Rossi Cristiano AC02

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  19. PRIMA PARTE
    Pensando ai vari docenti che ho incontrato e che mi hanno formato durante la carriera da studentessa non riesco a scegliere un insegnante che mi ha influenzato particolarmente al punto da essere preso come modello di riferimento. Tanti sono stati gli insegnanti che hanno lasciato in me un ricordo positivo attraverso il loro metodo di insegnamento e il loro modo di rapportarsi alla classe, ma, anche se in percentuale molto bassa, ci sono stati anche professori che si sono distinti in modo negativo, e che forse hanno influenzato maggiormente il mio modo di vedere l’insegnamento come “modelli da non seguire”.
    Fin da piccola sono sempre stata affascinata dal mondo dello sport e da tutto ciò che riguarda il movimento, e quindi l’attività motoria, in generale. Ho sempre frequentato volentieri la scuola ma essendo molto timida, inizialmente non pensavo di intraprendere una carriera che mi portasse all’insegnamento. Attraverso le varie esperienze scolastiche e grazie alla formazione che ho ricevuto in esse sono riuscita a raggiungere un grado di maturazione che mi fa sentire pronta per intraprendere questa carriera.
    Dovendo scegliere un insegnante che ha segnato la mia formazione, e tenendo conto di quanto detto precedentemente, ho deciso di parlare della mia professoressa di educazione fisica della scuola superiore.
    Sempre truccata, si presentava a scuola in tuta ma con scarpe non sempre idonee. Ci portava sempre in palestra e, se proprio capitava che la palestra non fosse disponibile, restavamo in aula ma in quell’ora potevamo studiare per le altre materie. In palestra la lezione (della durata di 50’ complessivi) era suddivisa in tre fasi: 1. Il cambio delle scarpette (di durata variabile); 2. La fase di riscaldamento (una decina di minuti); 3. Una fase di “libera gestione del tempo rimasto a disposizione”. In quest’ultima fase ognuno poteva fare ciò che riteneva più opportuno quindi, i ragazzi che erano più motivati e che volevano fare attività si dividevano in gruppetti e si organizzavano per fare ciò che più preferivano, mentre coloro che non erano interessati all’attività (circa un terzo) si sedevano in disparte per parlare o fare i compiti per le lezioni successive e l’insegnante raggiungeva le sue colleghe per fare conversazione. Al momento della valutazione la sufficienza era assicurata a tutti (partecipanti e non) ma il voto si alzava per chi partecipava alle gare con la scuola o praticava sport il pomeriggio con qualche società. L’insegnante, ovviamente, era ben voluta da tutti ma a me non è mai piaciuto il suo metodo che rientra, quindi, nei “modelli da non seguire”.
    La professoressa lamentava sempre che “fare il docente di educazione fisica è un brutto mestiere perché è una disciplina alla quale non viene data importanza e quindi anche i professori vengono classificati come di serie B”.

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    1. Scusatemi, avevo dimenticato di inserire il mio nome.
      Colagiovanni Claudia AC02

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  20. SECONDA PARTE
    Io credo che l’insegnante debba rappresentare una guida per i ragazzi, un modello di riferimento che sia in grado di aiutare l’alunno a capire quali sono le proprie potenzialità e come poterle sfruttare al meglio per superare i propri limiti. Deve essere in grado di stabilire un rapporto di empatia e di rispetto con la classe che gli permettano di avere autorevolezza.
    Un buon docente è, a parer mio, colui che è sempre aggiornato e riesce a trasmettere le proprie conoscenze e competenze stimolando la curiosità dell’allievo e motivandolo ad apprendere non in funzione di un voto, ma di una formazione personale che rappresenterà la base della sua crescita e maturazione. Per poter raggiungere il proprio obiettivo, l’insegnante deve essere il primo a credere nell’importanza del proprio ruolo, di ciò che fa e che vuole trasmettere, e deve saper utilizzare diverse strategie in base alle esigenze dei singoli alunni e della classe.
    Sugli stessi principi si basa anche l’insegnamento ai disabili. In tal caso, infatti, il docente deve essere in grado di saper adattare l’attività alle esigenze del ragazzo permettendogli di sviluppare le proprie potenzialità, e nel contempo deve permettere la giusta integrazione per far sì che il disabile si senta parte della classe.
    Colagiovanni Claudia AC02

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  21. Durante il mio percorso scolastico, l’insegnante che ha segnato in maniera rilavante la mia formazione è stato il prof. di Educazione Fisica della scuola media del mio paese. La lezione con lui era sempre una piacevole sorpresa: dal lavoro in palestra, alle proiezioni di filmati interessantissimi sugli sport; dalle attività all’aria aperta immersi nella natura, alle lezioni in classe fatte di spiegazioni e nozioni fondamentali. Lui coinvolgeva sempre l’intera classe nelle attività che proponeva senza lasciare nessuno escluso e pretendeva il rispetto delle regole e del fair-play quando c’era una competizione. Grazie al suo impegno, per tutti e tre gli anni abbiamo partecipato a molti Campionati a livello regionale (atletica, calcio a 5) e a molte competizioni sportive, portando sempre in alto l’onore della nostra piccola scuola. Alla fine penso che se ho intrapreso questo percorso, molto lo devo anche a lui e ai suoi insegnamenti e alla passione che ci metteva ogni volta che veniva in classe.
    Fare l’insegnante, a mio avviso, è il mestiere più bello e allo stesso tempo più difficile, perché si ha a che fare con tanti ragazzi di età compresa tra gli 11 e i 18 anni, tutti con personalità diverse, fragilità e difficoltà diverse, e il ruolo dell’insegnante è proprio quello di trovare il giusto approccio e il giusto metodo affinché tutti possano apprendere e maturare nel miglior modo possibile. Questo vale soprattutto per gli alunni con disabilità, dove l’insegnante dovrà porre molta attenzione sull’aspetto dell’integrazione all’interno della classe, per non far sentire il ragazzo disabile diverso dagli altri e in questo modo portarlo ad isolarsi dai compagni. Tutto questo lavoro, per essere svolto al meglio, dovrà essere fatto all’interno di un team con la collaborazione di tutti gli insegnanti di ogni materia per raggiungere insieme tutti gli obiettivi prefissati.
    Tudino Stefano AC02

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  22. La mia brevissima esperienza da insegnante risale a circa 25 anni fa, pertanto ho ritenuto più opportuno presentarmi come un' assoluto neofita.
    All'università il mio docente di chimica fisica affontava gli argomenti delle lezioni non soltanto usando diapositive e “lavagna luminosa” ma anche coinvolgendoci durante le pause di verifica con riflessione comune attiva. Spesso, ci invitava a cercare collegamenti tra i suoi insegnamenti e quelli di altre discipline e quindi a non vedere ogni materia e docente come entità separate, ma suscettibili di connessioni che spettava anche noi cercare. Inoltre, aveva la capacità di non perdere mai il filo del discorso e ci schematizzava sempre i concetti ritenuti fondamentali a fine lezione, oppure a quella successiva.
    Quando spiegava i “sistemi chimico fisici” ricordava di non tralasciare, la dove era possibile individuarle, le variabili che sembravano infinitesimali perchè avrebbero potuto avere influenze complessive enormi. Classico, estremo ed ovvio era l'esempio della “goccia che può far traboccare un vaso”. Tale insegnamento ci spingeva ad applicarlo anche nell'affrontare lo studio di altre discipline.
    In pratica voleva abituarci ad una visione aperta delle materie oggetto di studio che con le analisi e connessioni dovute, ci avrebbe potuto portare verso pensieri e conclusioni nuove. Quindi si può dire in sintesi che aveva un modo di insegnare creativo, innovativo, forse anticormista per il periodo (1986).
    L' insegnamento credo dovrebbe avere sempre lo scopo di trasmettere concetti nuovi e di perfezionare e correggere conoscenze già presenti nella mente di chi apprende. Ritengo significhi sapere utilizzare strategie didattico comunicazionionali più adeguate in base al tipo di persone da educare. L'analisi del contesto è essenziale senza dimenticare che non si è infallibili e quindi bisognerebbe essere pronti a cambiare soprattutto se le verifiche evidenziano carenze di apprendimento nei discenti. Comunque dovrebbe essere, tempo e risorse permettendo, il più plurale possibile e quindi coinvolgente anche per quei soggetti che, per varie cause, sono poco propensi ad apprendere (non è riferito ai disabili). Più arduo invero è il compito di educare chi ritiene già di sapere. Un buon modo di insegnare in conclusione credo sia frutto di formazione, esperienza, capacità di autocritica, di ascolto, osservazione, analisi, ma anche di verifica a 360° dei propri mezzi e capacità comunicazionali, di elasticità, di creatività ed infine di aggiornamento necessario al perfezionamento di chi ha il compito di educare. Comunque, quali che siano le modalità seguite, non bisogna mai dimenticare che lo scopo finale è l'apprendimento da parte dei discenti.
    Giacomo De Socio A057 (prima parte)

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  23. L'insegnamento ai disabili lo ritengo nobile e quasi “missionario”. Suppongo richieda tempo preparazione e forse ancor più passione e predisposizione da parte di tutti rispetto all'insegnamento in generale. Trovare i “mezzi” comunicativi migliori per ogni disabile credo sia fondamentale per ottenere risultati ottimali individuali. Penso che la formazione adeguata a tutti i soggetti responsabili, a qualsiasi livello, della gestione dei disabili faccia la differenza principale. Credo che anche l'utilizzo di tecnologie comunicazionali opportune, non sempre sono gratuite, sia importante. La formazione dell'insegnante è fondamentalissima, perchè il compito di seguire il disabile è reso più difficile anche dal fatto che si deve essere sempre particolarmente attenti a percepire quello che viene espresso dall'alunno, ma anche a ciò che non appare sempre evidente a livello comunicativo. La sensibilità individuale presente in chi insegna può aiutare, ma la capacità di interpretare “il non detto” credo si acquisisca con una preparazione adeguata ed anche con l'esperienza.
    Concludendo penso che insegnanti si possa diventare, ma per seguire i disabili si dovrebbe ancor più tener conto, delle conclusioni evidenziate per l'insegnamento in generale. Oltre a ciò, credo che bisogna sviluppare capacità di osservazione ed analitiche superiori ed avere l'umiltà di capire che ogni caso potrebbe richiedere un approfondimento particolare sempre per favorire l'apprendimento, ma anche per l'inclusione adeguata dell'alunno nella classe.
    Giacomo De Socio A057 (seconda parte)

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